Era da novembre che non risalivo in sella alla mia Alessia: quattro mesi esatti. Gomme finite in extremis e zero soldi per ricomprarle, impegni universitari, freddo, neve, una dolce ragazza… la moto era pulita, lucida, smontata pezzo pezzo, riportata a nuovo e poi rimontata, per esser nascosta sotto un telo in garage, sola, ma mai dimenticata.
Finalmente la possibilità di montare le nuove gomme, un po’ di pausa dallo studio, un esame passato che mi ha lasciato un po’ di tranquillità, un bellissimo sole a illuminare asfalti e mitiche strade ancora troppo sporche per essere percorse più velocemente del vento.
Porto fuori la moto dal garage senza togliere il telo, perché volevo riabbracciarla alla luce del giorno e perdermi a guardarla col cuore impazzito in ogni sua particolarità, le sue bellissime leghe d’alluminio finemente lavorate, lo scarico che si arrampica prepotente sotto la sella, le poderose forcelle, le forme aeronautiche del capolino. Splendida, la porto nel giardino, sull’erba, sotto un albero di mimose, poesia pura. Mia madre mi guarda con la solita consapevolezza di avere un figlio un po’ fissato per le motociclette, ma pazienza, lei e mio padre si sono girati non so più quante strade e città in sella ad una moto, sa cos’è la mia passione.
Tolgo la batteria dalla carica e la piazzo lì sotto la sella, nel suo posticino, sempre pulito e curato, come tutto il mezzo. Riattacco i fili, metto la fascettina in gomma, chiudo la sella, infilo le chiavi. Non ho il tempo di chiedermi se la batteria si sarà rotta o meno nel freddo inverno, giro la chiave, sento i soliti rumorini, la pompa della benzina, la valvola di scarico, la centralina che si risveglia: frizione tirata, premo il bottoncino, la piccola prende vita all’istante. La voce è un po’ rauca, tremolante, sì è appena svegliata. La lascio fare, mentre corro in casa a vestirmi. Infilo la tuta, stivali, l’odore di pelle mi riporta istantaneamente ai tanti chilometri fatti per la strada, avventure, amicizie, esperienze, gioie, dolori; sono ritornato finalmente nel mio mondo, quello che mi è sempre piaciuto di più, che mi è parso più vero.
Esco di casa e torno alla moto, che nel frattempo già bisbiglia più soavemente, chiedendomi di partire. Infilo il casco, i guanti nuovi che dicono fatti in pelle di canguro, ed allora io penso che se così è, la mia moto va toccata solo con finimenti pregiati. Passa un’altra moto più lontano, nella strada, e penso un po’. Penso che è vero che il mondo ha tanti problemi, che la gente è alienata dal lavoro e dagli impegni, dall’economia, dalle mode, ma finché qualcuno corre con la sua moto e riesce ancora a divertirsi come fanno i bambini, beh, allora vale la pena vivere, eccome.
Metto la prima e parto, con cautela. Il cambio funziona sempre bene, il gas risponde al richiamo del polso, i freni non mancano mai all’appello. La sento, la mia piccola, io sono un po’ impigrito ma cerco di sforzarmi di essere alla sua altezza, di non farmi sentire impacciato, seduto, pesante. Mi dirigo subito dal gommista, qualche chilometro fatto in tranquillità, ma lei mi mette a mio agio, non si fa pregare in niente, non è ruvida e non lo vuole essere.
Arrivo e la spengo, e mentre mi tolgo casco e guanti, la sento come da tanto tempo non avveniva ringraziarmi per il giretto, con la sua centralina che emette il solito, dolce fischiettare che tanto mi piace. Via la R1 da corsa dal ponte, svestita, appariscente, anche troppo provocante, e su la piccola, che sale con agilità, snella, affascinante, risponde all’altra motocicletta un po’ “mignottona” con la sua classe sopraffina, tutt’altra roba penso. Lo pensa anche il mio gommista, che se usa quella moto per correre, beh, il suo sguardo tradisce un sentimento verso la dolce Alessia.
Via la ruota anteriore, prende in mano i distanziali e si lascia sfuggire un “azz son fatti, di carta? non pesano nulla”. Rido e mi viene da pensare che se la Daytona deve essere raffinata e curata in ogni particolare, beh, anche i distanziali delle ruote fanno parte della categoria. Tutti finemente ingrassati, non sudici e lordi, semplicemente ingrassati, come devono essere, con roba buona, blu, al litio. Toglie anche la ruota dietro, si sfila agevolmente, grazie anche all’asola che tiene in posizione la staffa della pinza freno posteriore, mica cotica. “Pesano un po’ meno della media ‘sti cerchi, un po’ a braccio si sente” risponde ad una mia domanda sull’argomento.
Finalmente finisce di fare il lavoro e si appresta a rimontare le ruote. Quella dietro va precisissima, non forzata né lenta, solo precisa, senza sforzo. Una tiratina con la dinamometrica e si passa all’anteriore. Arriva l’altro gommista, due fratelli buoni manici e piloti di vari trofei, da un girata alla ruota posteriore e dice “figa come gira”. Vado a girare la ruota della R1 ed in effetti c’è la differenza. Vabbé, questione di catene, ma mi lascio sfuggire un sarcastico “è na moto inglese, perde pezzi ma finché non lo fa funziona tutto bene” e si ride.
Via, scarpette nuove, moto accesa, parto, con calma però, strade ancora sporche, gomme da rodare, ci vuole prudenza. Inizio a togliermi la ruggine di dosso e lo fa anche lei. Pochi chilometri, ma il motore c’è, la ciclistica anche. Rimandiamo a domani mattina, mi dico.
Stamane sveglia all’alba, doccia, colazione, scendo in garage e apro il tappo del radiatore e lo sfiato, visto che ieri sera appena arrivato a casa un po’ di liquido di raffreddamento era caduto fuori dal troppo pieno della vaschetta. Un po’ d’aria esce, tutto ok, si parte.
Sole splendente, aria fresca, non fredda, secca e frizzante, niente umidità, tuta e magliettina sotto, si sta benissimo. La piccola è calda, riposata, chiede dalla sua bocca aria fresca, vuole cantare col suo vocione forte e possente. La accontento, gas spalancato, e lei schizza via, prepotente, decisa, piantata a terra, come un siluro. Sconnessione pesante dell’asfalto, la ruota anteriore si stacca da terra ed il motore sale di giri, così da buttarmi in un monoruota da antologia, di quelli che mai mi sarei sognato di fare, tantopiù che ho sempre preferito due gomme ed un ginocchio, ad una gomma sola. Freno posteriore, la accompagno con calma a terra, arrivano le curve, ancora fredde, un po’ polverose, ma la strada è sempre lei, a due passi da casa, la conosco da una vita e conosco tutte le sue meravigliose curve. Destra, sinistra, senza fretta ma senza andar piano, le gomme ormai iniziano a lavorare bene, Alessia danza decisa, non cede davanti, né dietro, è lei, sempre lei, non è cambiata di una virgola. Rido sotto il casco dalla felicità.
Una 50ina di chilometri, il fisico purtroppo risente, sento le gambe indolenzite, al ritorno mi fermo vicino al “foro”, la galleria poco fuori Cingoli, lungo la strada che porta dolcemente a San Severino.
Sono vicino casa, ma volevo un po’ tornare a sentire quell’aria di “montagna”, che tanto mi piace, con la moto parcheggiata a bordo strada ed io seduto su un guard-rail, tanto verde, zero macchine, una striscia d’asfalto ed un cielo blu come da tante settimane non vedevo.
Guardo la moto, me ne innamoro ancora di più, accendo la solita sigaretta e penso anche che non potrò mai finire di ringraziare mio padre per avermela regalata. Ho lavorato d’estate, ho aiutato in casa, ho tirato fuori tutti i miei risparmi e regali dei nonni per racimolare i soldi necessari, ma lui alla fine mi ha detto “tieniteli” ed ha voluto farmela trovare a casa. Penso che anche lui da giovane ha avuto la mia stessa passione, ha avuto delle moto, ha girato l’Italia in lungo ed in largo, ma sono anche orgoglioso di esser stato ritenuto un buon figlio per meritarmi, con ciò che ho potuto fare, voti scolastici, maturità, coscienza, un regalo del genere.
La sigaretta finisce, accendo la moto, vado ad infilarmi il casco. Passa un motociclista con la sua troiona orientale, tutta fari e marmitte e mi saluta. Rispondo al saluto sorridendo, la mia moto mi guarda coi suoi occhioni e mi fa capire che non vede l’ora di tornare alla caccia. Pazienza piccola, ancora è presto, pensiamo a ritornare in forma. Ed a goderci queste strade.
E’ fantastica la Daytona: se ne avete una, amatela come una figlia, lo merita.





Rispondi Citando
. Io per ora la mia la uso solo per andare ogni tanto al lavoro, e non le ho ancora dato il battesimo di qualche bella curva (anche perché, abitando a milano, bisogna farne di strada prima di trovarne qualcuna di carina). Tuttavia il momento arriverà anche per lei, nel frattempo, buon divertimento

